Come la solitudine prima di una relazione definisce la vostra vita di coppia: perché non dovreste scappare da voi stessi per andare tra le braccia di un altro.

Si entra in una relazione sperando che possa riempire un vuoto interiore, dissipare la noia, alleviare il senso di inadeguatezza.

E per un po’ funziona: l’altra persona diventa uno scudo umano dall’incontro con se stessi, riferisce il corrispondente di .

Ma prima o poi i vecchi demoni si riaffacciano e si scopre con orrore che la solitudine non è andata da nessuna parte, era solo seduta tranquillamente in un angolo mentre si era impegnati in una relazione. Gli psicologi avvertono: le relazioni iniziate come fuga da se stessi sono destinate alla co-dipendenza e alla dolorosa ricerca nel partner di ciò che manca dentro di sé.

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Gli si proietta addosso il compito di rendervi felici, integri, significativi. È un fardello impossibile che spezza la spina dorsale anche delle unioni più forti, perché la felicità è un lavoro interno, non un favore esterno.

Gli esperti insistono sul fatto che una coppia sana è composta da due persone intere, non da due metà che cercano di completarsi a vicenda. La completezza passa attraverso la capacità di stare da soli con se stessi, di essere amici dei propri pensieri, di confortarsi nei momenti di bisogno.

Solo allora si può entrare in una relazione non come una persona affamata, ma come una persona disposta a condividere l’eccesso. L’esperienza personale di chi ha percorso il cammino dall’evasione all’incontro con se stesso descrive un paradosso: più si sta bene da soli con se stessi, più si è liberi e gioiosi in coppia.

Si smette di aggrapparsi e di controllare perché il proprio mondo interiore è sicuro e interessante di per sé. E questa consapevolezza rende l’amore una scelta, non una necessità.

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